Un avvincente ventaglio di sequenze, ambientate in una dimensione spazio-temporale di notevole interesse culturale, costituisce l’intrigante intreccio del romanzo “La Rosa d’Ajello”. All’interno di scenari chimerici e fedeli, al confine sottile tra invenzione e veridicità, si snoda una storia di passione, di guerra e di orgoglio, resa più vivida dalle interazioni tra i peculiari personaggi. Tessendo con abilità una trama fantastica su uno sfondo contrariamente autentico, e non di rado immergendovi accurati riferimenti storici, l’autore riesce nell’ammirevole intento di mescere serio e faceto, erudizione e fiaba. Burattinaio impeccabile, mette in scena uno spettacolo clamoroso, nel quale i fantocci da lui manovrati divengono i fidi testimoni di un’epoca. Attraverso le eroiche vicende del protagonista e la sapiente caratterizzazione dei personaggi secondari, viene perciò a costituirsi un fedele ritratto della realtà medioevale nell’entroterra calabrese, occultante orrori e misticismo, violenze e soprusi. Cavalieri e stregoni, abati e guerrieri, pervengono così ad essere coinvolti in circostanze incredibili, atte a trasportare il lettore in un viaggio incantato, dal quale egli risulta integralmente rapito. Apprezzabile al contempo dall’inflessibile storiografo e dall’imperito studente, il romanzo in questione si innesta in un terreno stilistico quasi del tutto inesplorato, divenendo un mirabile caso esemplare. Libertà e peccato, speranze e illusioni danno vita a un turbinio di sentimenti nel quale domina sovrano il tema dell’opposizione al tiranno. Dotandola di note di sorprendente attualità, l’autore attribuisce inoltre alla sua opera una valenza fortemente affettiva che coinvolge in una viscerale seppur a tratti discutibile reverenza alle origini tutti quei lettori che nei luoghi narrati sono cresciuti o lasceranno un pezzo di cuore.