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La Rosa d'Ajello

romanzo di Sergio Ruggiero

Prof. Franco del Buono- Direttore di “Calabria Letteraria” – Fiumefreddo Bruzio                                                                                      

Spunti di riflessioni di Franco Del Buono su “La rosa d’Aiello” di Sergio Ruggiero.

Con tecnica sottile, come le mani usate dell'artista compongono le tessere colorate e minute di un mosaico, Sergio Ruggiero, nel suo romanzo, coagula e armonizza realtà e fantasia, storia e leggenda, credenze popolari e religione, usi e costumi, in un gioco infinito delle parti. Continuo è anche lo spostamento dell'azione da un personaggio all'altro, così come gli episodi, e da una cittadina all'altra: da Perugia ad Ajello e ad Acri, dall'Italia alla Terra Santa. E' qui che si ritrova l'orgoglio dei cavalieri d'Europa. I quali s'ingegnano a dare il meglio di sé, disperatamente, per liberare quelle terre contaminate dall'odio e dall'orrore e ristabilire Ia dignità perduta nel nome di un Dio-Uomo, che percorse le contrade e vi impresse le sue orme. Ed egli ogni volta recupera il filo conduttore della trama, disperso in tanti rivoli, e lo sposta in maniera agevole e con lucidità lungo tutto il percorso.
Nel confronto, la storia non rimane vilipesa, statica o ridimensionata, ma è salva nei suoi tratti essenziali e nel suo divenire irrefrenabile: appare solo laminata all'esterno da una vernice trasparente, irrorata e corroborata dall'essenza solida e profumata del acconto.
Il risultato finale è eccellente, poiché durante la lettura non è facile intuire il momento in cui compare sulla scena la finzione e quando, invece, predomina la materialità oggettiva. In questo, a mio avviso, si coglie la bellezza e l'originalità di “La Rosa d'Ajello”: nella capacità del tutto razionale di fusione organica dei pezzi e di scollamento di essi.
Fin dalle prime pagine, l'autore dimostra di avere una conoscenza chiara del tempo storico nel quale immette il suo racconto: nomi di imperatori e regnanti dell'epoca, usi e costumi, dati geografici, strade romane, vie costiere, castelli medievali, mura di cinta e città.
Ci pare di capire che l'interesse principale sia quello di recuperare il quadro storico, senza appesantirlo sotto la forma tradizionale e seriosa del trattato, ma utilizzando la dolcezza, la semplicità discorsiva e leggera del racconto, come strumento che penetra più facilmente nell’anima  del lettore nelle varie situazioni ambientali e vi rimane impresso. L'obiettivo è quello di non generare in lui stordimento o la noia, ma di fungere da traino, per la sua fantasia, in luoghi esotici e lontani nel tempo e nello spazio, affinché si immedesimi e avverta gli stessi sentimenti suoi. Ruggiero riesce nell'intento.
L'intera vicenda si svolge in pieno medioevo. Un periodo complesso dai mille volti, che ha offerto spunti di riflessione agli storici e agli scrittori, ai filosofi e ai teologi; ha ispirato poeti e romanzieri contemporanei e di epoche successive e sono nate pagine infinite per capire quelle identità nel loro nascere e negli sviluppi, sulle macerie di un sistema politico e di potere ormai logoro, corrotto e in disfacimento.
L'autore tratta il materiale narrativo con serenità, come immerso in quella cultura e non come estraneo a essa, con gusto, un sorriso compiaciuto e un palpito di tenerezza, specie quando nasce il sentimento dell'amore sotto l'armatura fredda e ruvida del cavaliere, che ogni volta scalda il cuore e la curiosità del lettore; mentre di rado osserva con distacco e freddezza i suoi personaggi, alla maniera dei giornalisti consumati di oggi dinanzi agli avvenimenti di cronaca quotidiana, che transitano spediti per le loro mani e che non suscitano alcuna emozione.
Non cita la fonte da cui attinge la sua lunga e piacevole storia, ci sarebbe piaciuto conoscerla per curiosità o per un confronto. Immagino che non l'abbia tratta da un testo arcaico pieno di polvere e ingiallito, rinvenuto dentro gli scaffali di una biblioteca, ma, più verosimilmente, appartenga alla cultura popolare d'un paese antico, qual è Ajello. Ogni comunità ha le sue radici nelle quali si identifica: le fiabe, la sua etica, il suo mondo culturale che custodisce gelosamente e che tramanda da una generazione all'altra, per via
orale, con il suo alone di mistero e di fascino.
La singolare narrazione si caratterizza per una serie di elementi di indubbia valenza culturale ed emozionale, alcuni di non facile approccio, come ad esempio l’eresia di stampo gioachimita che ha caratterizzato l’Europa del XIII secolo, questione controversa sulla quale si sono cimentati saggisti e narratori di grande nome, trattata, nel romanzo di cui parliamo, in una forma davvero singolare. Tusco da Fonte Laurato crediamo rappresenti validamente una possibile proiezione del tormentato misticismo religioso dell’età di mezzo, che ha in Gioacchino da Fiore la figura più significativa. Né meno significativo appare l’elemento filologico e semiologico, frutto di un’attenta selezione di opere e citazioni, senz’altro di notevole interesse nella sua ordinata funzionalità alla caratterizzazione dei protagonisti del romanzo.
Nel raccontare le tormentate vicende di un templare, in maniera peraltro storicamente convincente, seppure sensazionale nella sua dimensione epica, Ruggiero costruisce un valido artificio attraverso il quale presentare una Calabria medievale che veramente non t’aspetti, in effetti crocevia di vicende di straordinaria intensità e significato storico, come la fiera seppur dimenticata opposizione ghibellina di Ajello ed Amantea all’avanzata guelfa
nelle Calabrie. Emerge dunque una Calabria interessante ed orgogliosa, che non si limita a subire la storia ma che si sforza di esserne protagonista.
Di certo, la storia di Folco si sarà impressa nell'anima di Sergio Ruggiero.
L'ha amata e rimuginata per lunghi anni e poi, quando non si riesce più a trattenerla dentro di sé, come una forza che si sprigiona all'improvviso e rompe gli argini ha deciso di unire i vari tasselli, rimaneggiandoli con cura e dovizia di particolari e amalgamandoli con i tratti del suo sapere.
Il romanzo, proposto nella sua seconda edizione (“Grafiche Calabria” di Amantea), si presenta in una veste tipografica rinnovata, elegante, ed è impreziosito da carte topografiche antiche e da vedute di Ajello, di Amantea e della Calabria, da riproduzioni pittoriche e da simboli usati all'interno dei Templari, sconosciuti ai non addetti. Al lettore offre valide occasioni di conoscere aspetti di storia locale durante la dominazione angioina: guerre e terrore, violenze d'ogni specie e ruberie, assedi e combattimenti che è difficile incontrare nei testi ufficiali per la loro minuziosità e che certamente completano e ampliano il quadro generale degli avvenimenti dell'epoca. Ai ricercatori il compito di rintracciarli al suo interno e di dare il giusto rilievo e il valore che il romanzo merita nel rispetto della verità. 

Franco Del Buono

 

 

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