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La Rosa d'Ajello

romanzo di Sergio Ruggiero

La rosa d’Aiello: un viaggio nel tempo (di Ines Ferrante)
Ines Ferrante, storica e docente di materie letterarie, Presidente del centro culturale “Sifeum” di Castrovillari, Direttrice di collane editoriali - Castrovillari

“La rosa d’Aiello” è un viaggio vertiginoso, a ritroso nel tempo, un viaggio bello e terribile nel cuore di un’epoca affascinante quanto inquietante, un’ epoca in cui la grande, misteriosa vicenda templare fa da cornice ad una tormentata storia d’amore e di dolore, intrecciata a passioni, politiche e religiose, affetti familiari, ideali e valori, atrocità ed avventure. Un viaggio che ci fa entrare in punta di piedi nel XIII secolo, e ci fa percorrere una Calabria devastata dagli angioini, desolata e drammaticamente inerme, e, seguendo una trama che scorre via velocemente, ci fa rivivere quel medioevo così magico e così lontano, ma mai dimenticato, dove ogni lotta, ogni combattimento, ogni duello diventa un vero ed autentico capolavoro, tanto che, in alcune momenti, ci viene quasi voglia di afferrare una spada per entrare nella mischia, per urlare a gran voce a favore degli indifesi, e lasciandoci talvolta spaventati, talaltra estasiati dai paesaggi descritti; Ci fa conoscere luoghi odorosi di rose  e  ambienti brulicanti di misera vita, di agi fastosi e sterminata ambizione, Ci fa incontrare ed incrociare personaggi e protagonisti rappresentati con immagini vivide e folgoranti, lasciandoci colpiti sia dai piccoli eroi che da una condizione svantaggiata, riescono a trovare la propria strada e il proprio destino, dando prova di coraggio e di umanità, sia da quei loro antagonisti cinici e mostruosamente crudeli, le cui brutture, senza esclusioni di colpi, sembrano dissolversi nella loro stessa astuta cattiveria.

“La rosa d’Aiello” è dunque un viaggio a perdifiato, e chi ci indica il percorso da seguire e la meta è Sergio Ruggiero, un autore che eccellendo per originalita' e per profondità, e rivelando una ricerca attenta e seria, sa interpretare le fonti storiche, spesso lacunose e contraddittorie, combinarle con la storia fittizia, sa addentrarsi e districare le infinite leggende dai fatti reali. Ruggiero unisce alla competenza e alla scrupolosità storica ed erudita una narrazione coinvolgente e appassionata, conducendoci nel racconto costruito con intelligenza e semplicità. In effetti, al di là delle indubbie doti narrative e affabulatorie dell’autore, al di là delle implicazioni teoriche e semiologiche dell’opera, “La rosa d’Aiello” è un romanzo coltissimo e  corredato da  molteplici indicazioni storiche e folosofiche, ma è, pur tuttavia,  un romanzo piacevole e  fruibile da tutti,  poiché si presta a diverse modalità e livelli di lettura, e si  rivolge ad un pubblico variegato per gusti letterari e competenze. Una sorta di satura lanx, dove ognuno, dal lettore capace di cogliere i prestiti e le citazioni  dell’autore e di orientarsi nella complessità storico-culturale del testo, fino al lettore “ingenuo”, interessato esclusivamente all’azione e all’emozione, si diletterà, seguendo lo svolgimento della storia dal rispettivo punto di vista.

“La rosa d’Aiello”, dunque, si configura come romanzo gotico, romanzo popolare, romanzo storico, romanzo di formazione, romanzo filosofico, e trova in questa sua peculiare caratteristica proprio uno dei suoi maggiori punti di forza. Al centro dell’intricatissimo ed avvincente labirinto della composizione narrativa, tra dispute politiche e religiose, tra lotte di potere e di predominio, emerge la “sete” di fede, di conoscenza, di dottrina e l’anelito al sapere completo. La sapienza pura e scevra da ogni “medievalismo” ed intrisa, invece,  di quel moderno pensiero scientifico, di cui già gli antichi furono i precursori, sembra pervadere il romanzo da cima a fondo manifestandosi in forme diverse, con figure straordinarie, come Alpetragio, come Raniero, come Luigi di Joinville. L’autore evita ogni qualsivoglia allusione e riferimento esplicito al presente, ma, tra le pagine dell’opera, quel Medioevo rappresentato non può non essere metafora epistemologica del luogo e del tempo in cui il romanzo è stato concepito, un Medioevo disegnato, rivisitato e reinventato con gli occhi rivolti soprattutto all’oggi, un medioevo che vede da un parte  un mondo oscuro, arretrato e bigotto, ostile ad ogni germe di novità e di dissenso, e dall’altra un pensiero moderno ed illuminato. L’autore plasma e modella egregiamente una materia di ribollente attualità storica, narrando una storia che in realtà parla di tutti noi, di quell’Europa formatasi proprio sulle ceneri cocenti di un’epoca che è stata la nostra “infanzia” di popolo e di civiltà e a cui occorre sempre tornare per fare l’anamnesi. Nell’ultima pagina il viaggio si interrompe, lasciando un grande vuoto nel cuore, ma i protagonisti incontrati ed incrociati non scompaiono dai nostri ricordi, non ci dimentichiamo di Vella, o di Pepo, di Folco, né la trama si dilegua nei nostri pensieri, poiché crediamo che ciò che ogni lettore chiama “ la fine” del romanzo, in realta non sia stata ancora scritta…

Ines Ferrante

 

 

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