Commento di Giuseppe Marchese
“La Rosa d’Ajello” è la nuova opera di Sergio Ruggiero. Un romanzo d’amore ambientato nella Ajello del tredicesimo secolo. Una storia di amore che nasce e si snoda tra vicende di assedi e di occupazioni militari. E ieri è stata presentata bella cornice del centro storico di Ajello proprio di fronte al palazzo dei Cybo Malaspina del XVI secolo. Una manifestazione fatta rientrare dalla amministrazione comunale nel programma degli eventi dell’estate 2009 ed arricchita dal Coviello di Toto Sciandra. Nel corso della serata fuori programma la piazza gremita ha inteso ricordare lo scomparso Tonino Morelli rivolgendogli un caloroso applauso.
La Rosa di Ajello è un testo che si impone di leggere per la sua capacità di sollevare emozioni rigo dopo rigo, pagina dopo pagina, personaggio dopo personaggio, evento dopo evento.
Ecco le mie emozioni:“
Che cosa sarebbe la vita senza emozioni? La sola risposta possibile è: Una vita senza emozioni. Cioè una vita piatta, monotona, o forse mònotono, come una chitarra che suona sempre la stessa nota od al massimo lo stesso motivo, magari sempre più lentamente man mano che le dita si irrigidiscono.
Certo il cuore farebbe sempre il suo costante movimento, ma non pulserebbe, né vibrerebbe; le mani non suderebbero, l’adrenalina non si riverserebbe bel sangue, il respiro non si rarefarebbe, né diverrebbe affannato, non avresti tremori agli arti, non sentiresti le tue viscere squassate e tremanti, non avresti paura, non ameresti, non odieresti.
Bè si, magari non avremmo tic, nè attacchi di panico, ma il viso sarebbe sempre lo stesso, solo ogni giorno più vecchio, senza sorrisi e senza lacrime di gioia. Solo il dolore sarebbe parte della vita.
No, non sarebbe vita.
Sono le emozioni provocate dai piccoli piaceri e dispiaceri che danno colore alle nostre giornate, sono loro che ci permettono di ricordarcene negli anni.
Sono le emozioni i momenti speciali della nostra vita, talvolta unici, imparagonabili. Emozioni sollevate dai tramonti, sempre eguali eppure uno diverso dall’altro, dalle donne, tutte diverse l’una dall’altra eppure tutte donne, come i libri, uno diverso dall’altro, e che ti sollecitano emozioni ineguali. Non tutti in modo eguale. E non tutti i tramonti, nè tutte le donne, né tutti i libri.
Ma questo di Sergio Ruggiero certamente si.
Sarà per il fatto di riconoscerti nella descrizione dei luoghi così da poterli e doverli sentire parte di te, della tua vita, come se quei sentieri li avessi qualche volta percorsi o quelle mura già viste.Sarà per il fatto di riconoscerti nella storia del tuo paese, che ora senti più orgogliosamente tua, quasi ne fossi stato protagonista, magari in un’altra tua vita.
Sarà per il fascino della storia locale riletta nel romanzo, edulcorata e mitizzata.
Sarà per il fascino della storia di amore, di una storia difficile che, tra vicende alterne, si conclude senza chiudere la porta alla speranza.
Saranno i passaggi repentini del testo che ti portano nel filo logico del romanzo ma sulle ali della leggenda e del mito, quasi fotogrammi di un film ancora non filmato, elementi spezzati di un puzzle che messi insieme si fanno riconoscere.
Non è facile saperlo, tante sono state le emozioni provate e ritengo saranno ancora tante quando mi accingerò a rileggere questo testo.
Certo essere sollecitato ad immaginare l’antico porto nel Catocastro da secoli insabbiato e rivederlo, mai visto, pieno di vita quotidiana, non può non sollevare emozioni ed anche riflessioni.
E rivedere la chiesetta bizantina ricordata da pochi, sconosciuta ai tanti, perfino ai cultori di storia della chiesa, e ora travolta dalla modernità costruttiva che uccide le memorie, nella ignavia di chi avrebbe potuto, se non dovuto, difenderla e non lo ha fatto, non può non suscitarti emozioniew tristi riflessioni.
E poi come non provare emozioni di fronte al Folco giovane artigiano sognatore, che aspira ad altissimi traguardi sociali e morali, sorretto solo dalla sua nobiltà d’animo che guida i suoi passi, e dal suo coraggio che lo accompagna nella quotidianità. Come non vedere in lui le speranze dei giovani calabresi che partivano per terre sconosciute guidati solo dal proprio istinto per una vita migliore, forti di un coraggio mai mostrato, ricchi di una speranza mai incontrata?
Come non sentire le viscere ribellarti di fronte alla violenza gratuita di Lodovico de Royre che uccide senza emozioni, uomini-numeri, folle di una paura che lo attanaglia o lo porta verso una violenza disonorevole.
Come non leggere in Lodovico il MALE eterno, quello che non finisce mai, quello che, al massimo, si nasconde per ricomparire più forte da un’altra parte, in un altro romanzo, in un altro tempo, con spoglie diverse. Come non pensare a quel Lodovico scompare dal romanzo, unico a non aver patito, a non aver subito, se non la paura della perdita del suo potere, una figura senza regole, senza pietà, senza fede, senza coscienza.
O come non leggere, in fondo, nella figura di Luigi di Joinville la disperazione di chi cerca in modo appassionato e violento il potere della cultura per riuscire ad imporre al mondo un nuovo governo. Una figura emblematica e straordinariamente intensa. Una figura di una fortissima attualità, sempre vigile e viva, anche se, essa, come tutte quelle che mirano al possesso totalizzante della cultura, in questa disperata ascesa, perde man mano i valori dell’uomo e sempre più il contatto con la quotidianità e giunge al punto di mentire, oltraggiare, offendere, ingegnandosi alla distruzione degli altri per confermare la sua sopravvivenza. E come non leggere nella invocata sanzione terrena non la mano del Signore, non la punizione divina, ma la resa di chi ha visto il suo sogno infrangersi e di chi ritiene inutile la sua vita. Una figura che vive, rappresenta e muore nella disperazione.
E come non leggere nella figura di Vella il forte senso materno delle nostre antiche donne calabresi, capaci di ogni sacrificio, di ogni gesto di amore anche estremo. Come tutte le mamme direte voi. Forse, ma certamente le nostre nonne che sono sopravvissute ai figli morti in guerra e per il re( chi non ricorda il detto che “u masculu è du re” che si sentiva nelle campagne della nostra terra di Calabria e che spesso era alla base della stessa emigrazione-salvezza), che sono sopravvissute ai mariti emigrati e morti di silicosi.
Emozioni a iosa nel sacrificio estremo di Vella, per amore della sua Rosa, e nella dolcezza infinita per il suo uomo Pepo al quale prima di morire dedica quel suo “sapevo di poter contare su di te” che è il più bel gesto d’amore di tutto il romanzo, che fa di Pepo un eroe-martire, in quel gesto infinito di amore per la sua Vella che egli si impone di raggiungere scavandosi la fossa a lei vicino.
Sono certo che quando questo libro sarà tradotto in film questa scena farà piangere tantissimi spettatori, i quali faranno finta di soffiarsi il naso, come usano fare quando l’emozione ti chiude la gola con un groppo e ti umidifica gli occhi, quei finti uomini forti per evitare di farsi vedere deboli dalla propria moglie, amica o compagna.
Piccole grandi figure di questo romanzo.
Falene nella notte che si accendono di immenso.
E poi è tutto un susseguirsi di volti, di immagini, di icone.
Cominciando da Alpetragio, il saggio, l’uomo che condensava in sé la conoscenza totale, il mondo della cultura di quel tempo e che aveva unito alla conoscenza la saggezza quale elemento di unione e di diffusione. Alpetragio, il Federico II di Aiello. L’uomo al quale, come tutti i savi, bastavano poche parole, l’uomo che non faceva due volte lo stesso errore. Quasi un mito, salvo poi scoprire la capacità e la gioia di avere amato e di amare ancora.
E poi di tutto.
La mitezza di Cenzullo da Amantea.
La forza dei banditi di Amantea,per quanto mitizzati, nello sforzo della ricerca della dignità della risposta dei calabresi alle vessazioni.
La dolcezza misteriosa di Sina che come un angelo custode compare e scompare sempre nei momenti opportuni .
La ipocrisia di Tommaso di Beaufort che mostra tutta la sua debolezza attendendo all’ultimo ordine di portatore di morte Uccidere per non essere ucciso. Bruto del suo possibile Cesare.
E poi Magog. La voce coscienza , quasi un Savonarola che anticipa i tempi.
Ed infine Raniero e Rosa, lui il condensato della bellezza maschile, della forza, della saggezza che nasce dalla conoscenza, lei la donna bella, dolce e mite, ma insieme forte ed appassionata, stereotipo della donna un po’ madonna ed un pò amazzone.
Raniero e Rosa, una coppia il cui amore chiude il romanzo con “la mia compagna e nostro figlio Folco” detto con un sorriso che appare l’emblema dell’intero romanzo.
Chiuderebbe così il film immaginario che il romanzo ti induce a vedere, con questo sorriso di ambedue i protagonisti, un sorriso che lascia immaginare una complicità passata, presente e futura tutta da scoprire.
E forse questo è anche il bello del romanzo di Sergio. Non finisce. L’autore lascia al lettore di immaginarne la prosecuzione.
E questo immaginario forse suggerirà al nostro autore una nuova storia, un nuovo romanzo.
Ecco concludo.
Non voglio mitizzare il libro, né mitizzare l’autore, ma nemmeno sottovalutarli.
Ma in questo grigiore in cui mi pare versi la cultura locale, il libro ed il suo autore sono come un raggio di luce.”
Giuseppe Marchese