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La Rosa d'Ajello

romanzo di Sergio Ruggiero

IL CONTESTO STORICO DEL  ROMANZO

“ La rosa di Ajello”  DI SERGIO RUGGIERO 

di Roberto Musì

Parlare di un romanzo storico è innanzitutto cosa che ritengo, contrariamente a quanto possa sembrare, non proprio facile a farsi perché spesso capita che i fatti narrati vengono di solito o traviati o cancellati del tutto per far posto ad una versione nuova che la fantasia dello scrittore maneggia a seconda della sua sensibilità e cultura. A volte accade che le soluzioni narrative adottate alla fine impongano una loro verità non meno interessante di quella storica. Questo accade prevalentemente quando le vicende narrate si riferiscono ad epoche piuttosto lontane nel tempo, la cui documentazione risulta essere scarsa e manchevole e pertanto  si può verificare che   l’esprit dello scrittore riesca ad offrirci una visione più suggestiva di quella che effettivamente possa essere avvenuto. Il libro dell’amico Sergio Ruggiero ci fa entrare in un preciso momento storico cioè quello dell’occupazione angioina delle Calabrie, periodo assai complesso per il Meridione d’Italia. Nella Premessa al libro parlammo di una storia ambientata nella Calabria medievale, della conquista angioina ed in particolare nella piccola città ghibellina di Ajello che subì, nel 1269, un duro assedio contemporaneamente o quasi ad Amantea. Avevamo inoltre sottolineato alcuni aspetti relativi ai fatti storici effettivamente avvenuti e di come poi  tutto l’impianto narrativo del romanzo trovasse alla fine una sua unitarietà nella narrazione della lotta per la libertà di un giovane uomo, intrecciata ad una delicata storia d’amore. L’epoca storica del Medioevo, cui fa da fondale al libro, si presta a racconti del genere perché è l’epoca dei cavalieri vestiti di ferro, quasi invincibili sui loro bianchi destrieri, dei loro duelli, dei lunghi assedi a castelli quasi imprendibili e poi anche di fanciulle che sospirano il ritorno del cavaliere o che addirittura lo vedono dagli spalti di quel castello assediato e poi conquistato con infine  l’immancabile matrimonio sotto una doppia fila di guerrieri con le spade sguainate. Anche se tutto ciò non propriamente così  avviene per la storia di cui stiamo parlando, vogliamo dire che l’archetipo è questo. A Piazza Mercato in Napoli il  29 ottobre 1268 Carlo I° d’Angiò, dopo aver battuto Corradino di Svevia in una grande battaglia campale a Tagliacozzo, lo fa decapitare perchè ritenuto ultimo ostacolo alla conquista di quel Regno delle Due Sicilie che la Chiesa Cattolica reclamava come suo, da tempo immemorabile. Per rimanere al romanzo, una cittadina come Amantea, da sempre filosveva, si levò in armi e ci vollero alcuni mesi per metterla a tacere. A pochi passi da Amantea il piccolo centro feudale di Ajello era divenuto anch’esso focolaio di resistenza per cui si dovette ricorrere anche ad un intervento di tipo militare. Re Carlo, poiché l’assedio di Lucera e di Gallipoli andava per le lunghe, incaricò, per sedare le rivolte scoppiate nei piccoli centri calabresi, alcuni feudatari antisvevi, come Pietro Ruffo. ”Più di due mesi durò l’assedio – scrive Pier Fausto Palumbo – tra il maggio ed il luglio. Tutti gli accorgimenti furono posti in atto per ridurre il numero, disanimare, affamare i ribelli, chiusi  per terra e per mare in un cerchio sempre più stretto e senza uscita, privi ormai d’ogni speranza d’aiuto.” Qualche mese prima (alcuni dicono in aprile o agli inizi di quello stesso anno, altri ancora parlano della fine del 1268) aveva subito un violento assedio anche la vicina cittadina di Ajello, dove una serie di “traditori” avevano sobillato la popolazione. “Non si conosce quanto tempo durò la resistenza degli ajellesi  - scrive  Rocco Liberti  - all’assedio posto dalle truppe filo angioine e se la cittadina dovette arrendersi a discrezione oppure venne presa d’assalto, ma certo si è che, avvenuta nel 1268 l’esecuzione del povero Corradino, l’opposizione non ebbe più ragione di essere e coloro saranno venuti a patti col nemico pur di conservare la vita e gli averi. Nei registri angioini – continua ancora Liberti -  non si dice minimamente se Ajello venne, quindi, messa a sacco oppure no, ma soltanto che parecchi “traditori” arrestati nella vicina Amantea vennero prima custoditi nel suo castello e poscia efferatamente torturati ed uccisi. Quasi certamente, tali malcapitati dovevano essere i capi di una seconda ribellione … risolta da Ruffo nel 1269 che, caduti nelle mani del francese per forza di eventi pagarono poi il fio del loro gesto”.

In effetti dopo la conquista e la cosiddetta pacificazione delle Calabrie gli Angiò furono spietati nella repressione e nella persecuzione di chi aveva capeggiato la rivolta. Chiamati dal Papa, gli angioini erano giunti nel sud perché gli svevi, specie negli ultimi tempi avevano, nel tentativo di neutralizzare il potere temporale della Chiesa, di molto limitato gli introiti  feudali della Chiesa e danneggiato contemporaneamente anche alcune famiglie baronali che non avevano seguito Re Manfredi nella politica antiecclesiastica intrapresa. Sconfitto Manfredi nel 1266 e Corradino nel 1268, re Carlo d’Angiò si sentì d’un tratto quasi onnipotente anche rispetto alla Chiesa e non appena si assicurò la conquista, sembrò che la sua fosse, come scrisse un altro grande storico calabrese Oreste Dito, una politica “ di solo tornaconto dinastico”. “Col favorire e rendere potente il baronato, - scrive il Dito - col restituire alle chiese calabresi i diritti perduti sotto gli svevi e aggiungerne di nuovi, la politica angioina credette di assicurare una potente base alla dinastia, legando alle sorti d’essa, la forza di interessi reciproci, l’esistenza privilegiata della classe baronale e degli ecclesiastici”. Quindi perseguire una politica repressiva, fare ricorso alle torture più feroci, dare l’esempio, in una parola incutere paura, tutto ciò doveva dare la misura della potenza e della forza per mettere in ginocchio un paese intero.

Le vicende che le pagine dell’amico Ruggiero ci narrano, sono quelle dell’estrema opposizione al nemico angioino, del ricorso addirittura al terrorismo, sotterraneo ma non meno insidioso in Ajello e praticato, come lui scrive, dagli amanteoti, in modo molto attivo. In qualche modo forse preannunciano le giornate del Vespro, quando a Palermo in un drammatico Venerdi Santo di qualche anno dopo (nell’aprile del  1282), gli angioini si “giocano” addirittura la Sicilia e non vi faranno più ritorno. Da scrittore Ruggiero immagina forse una storia del genere e mi sembra abbastanza suggestivo pensarlo. Praticamente è in queste coordinate che si consuma, come dicevamo, anche una delicata storia d’amore con finale drammatico eppure avvincente, come si conviene a questo genere di storie che, hanno sostanzialmente per tema l’avventura, l’intrigo, la passionalità dentro la sfera delle azioni umane.  La storia vera, come sappiamo però, ha avuto un corso un tantino diverso, la dinastia angioina di prima e seconda stirpe, come comunemente si dice, angioini e durazzeschi, tenne il sud, sia pure la parte continentale dopo la guerra del vespro del 1282, per ben 176 anni e pesò certamente molto sulle popolazioni del sud e per questo anche le varie interpetrazioni storiche si presentano abbastanza articolate circa una presenza straniera così lunga nella nostra terra.

Non si può negare – scrisse l’inglese Runciman - che il governo di Carlo sia stato competente ed efficiente. Assicurò infatti, ordine, giustizia ed una certa prosperità. Ma non godè di popolarità tra i sudditi, che per temperamento detestavano un governo meticoloso, invadente ed autoritario; e soprattutto lo detestavano perché era straniero”.  Pur venendo incontro ai sudditi (le molte costruzioni da difesa, le esenzioni e le immunità  fiscali di alcune università locali, ecc.), alla fine, casa D’Angiò non potè che assistere ad un malinconico tramonto con l’avvento degli Aragonesi che gli stessi angioini-durazzeschi in fondo avevano chiamato e addirittura annessi al trono. Mi avvio alla conclusione senza pretendere di avere esaustivamente delineato un periodo così lungo e perciò stesso importante per la storia della Calabria. Non senza inoltre di dare un cenno alla fatica letteraria dell’amico Sergio che oggi continua una sua ricerca narrativa avendo come oggetto il Medioevo calabrese, iniziata con “Tre Croci a Pietramala” dove attraverso il racconto di alcuni percorsi di fede, Sergio dipana uno schema di sorprendente schiettezza e varietà. Nel raccomandarvi la lettura dei due testi voglio appena dirvi inoltre che giova conoscere la nostra storia, passata e recente, la storia della nostra gente, oltremodo esplorata dalla ricerca documentaria di grandi studiosi ed anche visitata dalla immaginazione e fantasia di illustri scrittori.

Voglio dire, in una parola, di questa nostra Calabria, famosa in questi anni  ( o forse da sempre? ) più per essere negli ultimi posti nel campo sociale, economico, politico e culturale. Il “planctus Calabriae” del Barrio sembra non finire mai, eppure dovrà giungere un giorno in cui si troveranno i rimedi definitivi alle lacrime, che secondo noi consistono soprattutto nella conoscenza e nello studio rigoroso ed intelligente della storia del nostro territorio. L’amico Sergio, adoperando la fantasia, ha lavorato in questa direzione ed ha scritto non per dare corsa ad inutili sogni ma soprattutto per farci capire l’essenza dei problemi.

Roberto  Musì  

Amantea    - Quartiere Chianura       10  luglio 2010

 

 

 

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