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Storia e origini di Cleto
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Un pò di STORIA LOCALE


Da Centro Optacon Calabria

Il castello di Cleto Cleto ha un’origine antica, le due sponde del Savuto e del Torbido cosentino segnarono e segnano tuttora i suoi confini naturali. I normanni costruirono l’abitato lungo le pendici del monte Sant’Angelo alla cui cima edificarono un castello che domina la valle fino al mare. Con l’avvento dei Baroni Pietramala il paese cambia il nome e diventa Pietramala unitamente al feudo. Rimane con questo nome anche sotto gli Svevi. Cambia amministrazione con gli Angioni e con gli Aragonesi. Nel 1798 quando Napoleone istituì la Repubblica Partenopea, Pietramala fu uno dei centri principali a dichiarare decaduto il potere dei Borboni e ad istituire una municipalità repubblicana. Del castello colpiscono due torri maestose cilindriche, la prima destinata alla difesa, sorvegliava a sinistra il ponte levatoio. All’interno un’ampia cisterna raccoglieva l’acqua piovana che poteva servire per dissetare; mentre un’altra vasca posta sottoterra e coperta poteva contenere molte derrate alimentari. L’altra torre divisa in due era destinata alla difesa della parte superiore, mentre la parte inferiore ad abitazione del barone. Negli anni quaranta è stata rinvenuta, sigillata e murata nella torre, una pergamena in cui si narrava la vita del castello e la potestà incontrollata del Barone che, tra l’altro, aveva potere di vita o di morte su ogni persona ritenuta colpevole di delitti o di alto tradimento. La morte avveniva per soffocamento in quanto il condannato veniva gettato nella “lupa” una caverna profonda decine di metri e senza via di uscita, cosicché il condannato se non moriva per la caduta era destinato a morire di fame. Fervente ed attiva era la vita nel castello; la baronessa controllava la filatura e la tessitura del lino e del baco da seta che si sviluppava abbondantemente nei sotterranei del castello per l’abbondanza di “pampini di gelso” crescenti lungo le rive del Torbido. Nei casi di calamità naturali o malattie gli infermi venivano portati al castello e qui curati sotto il controllo della baronessa. La vita nel castello trascorreva interrotta, qualche volta, dalla presenza dei mussulmani che infestavano le zone ove sbarcavano, i contadini lasciavano le loro case e fuggivano verso il castello riempiendo la valle delle loro grida: “A l’erta! a l’erta! sonati le campani, ca i Turchi su calati a ra marina”.



 
 

 

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