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Un pò di STORIA LOCALE


Da : STORIA DI AMANTEA di Gabriele Turchi

Il brano di Licòfrone, integrato con i relativi scolii, infatti dice: “… Alcuni invece sceglieranno come suolo assegnato dal destino i monti inaccessibili Tillesii o la cima montuosa del Lino battuto dal mare accettando il giogo della donna schiava (Clete) dell ‘amazzone, che l’onda condurrà errabonda alla terra straniera come mercenaria della veloce vergine dall‘elmo di bronzo (Pentesilea). (Questa) esalando l’ultimo respiro colpita nell‘occhio causerà infine rovina e morte all‘Etolo dalle sembianze di scimmia tagliato a pezzi dalla micidiale asta Ed avendo quivi fondato una città regnerà sulla regione; dalla stessa tutte quelle che saranno regine si chiameranno Clete; dopo molte generazioni i Crotoniati distruggeranno dalle fondamenta la città uccidendo l’ultima Clete, l’intrepida vergine dell’amazzone regina della patria dello stesso nome. Molti invece cadendo giù morderanno con i denti la terra per opera di quella, né senza fatiche distruggeranno le torri i discendenti di Laurete (i Crotoniati). Altri, stanchi di vagar penosamente di qua e di là si stanzieranno sul paese di Terina, dove bagna la terra l’Ocinaro versando le sue limpide acque nel mare...”. Tranne questo fugace accenno di Licòfrone, che si rifà ad un antico preesistente mito, non si trovano negli antichi storici riferimenti a questa leggendaria città di Clete, la cui esistenza certamente è da collegarsi ai più antichi stanziamenti di coloni greci su queste coste Non si comprende come Emanuele Ciaceri e più tardi l’Holzinger e Giulio Giannelli nel suo volume “Culti e miti della Magna Grecia”, siano potuti giungere alla conclusione che Clete debba identificarsi con Caulonia, basandosi sul mito che vuole Caulonia fondata da Caulon, figlio di Clete, sfuggito alla distruzione della sua città. Che si tratti di un mito posteriore, aggiunto artificiosamente soltanto in tempi più recenti all’originario mito di Clete, probabilmente dai Locresi nel periodo della loro maggiore espansione territoriale, per motivi di egemonia politica, lo dimostra il fatto che né Licòfrone né i suoi scoliasti fanno minimamente alcun cenno di Caulon figlio di Clete”. Il nome e l’episodio di Caulon compaiono soltanto in Servio ed in Stefano Bizantino, che vissero e scrissero ottocento anni dopo Licòfrone. Una attenta lettura dei versi della “Alessandra” mette subito in evidenza che Licòfrone, parlando di Clete, la intende ubicata sul mar Tirreno e non sullo Ionio, poiché nei versi che seguono immediatamente dopo, passa a par lare di Terina, seguendo mentalmente una logica successione geografica dei luoghi della costa tirrenica, dal nord al sud. Infatti ancora più avanti, nei versi 1068-1070, egli dice: “...e giungeranno intanto a Temesa i compagni dei nipoti di Naubolo; là, dove l’aspro corno del monte Ipponio si protende sul mare di Lampeta...”. Da cui si evince chiaramente che Temesa si trovava sul Tirreno, tra il mare di Lampete a nord (Amantea) ed il promontorio Ipponio (Vibo Valentia) a sud. Ricordiamo che il Corcia nella “Storia delle due Sicilie”, III, p. 130, Onofrio Gargiulli nel 1812 e più tardi il Bachmann nelle loro edizioni di Licòfrone concordano nell’ubicare Clete sulla costa tirrenica a sud di Amantea. Con certezza sappiamo che questi luoghi, prima ancora di Roma, furono abitati dagli Enotri, dagli Ausoni e da altre popolazioni italiche indigene. Nel VI secolo a.C. sorse Clampetia, ricordata da Polibio nel libro XIII delle sue “Storie” col nome greco di Lampéteia, pòlis Brettìas e dallo stesso Licòfrone nella “Alessandra” con il nome di Lampete (vedi versi 1068- 1070), abitata da coloni greci e da elementi indigeni ellenizzati. È probabile che essa sia stata fondata dai Crotoniati dopo la distruzione di Clete, per assicurare il loro dominio su questo territorio costiero.


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